03-06-10
Che differenza c'è tra costruire e creare? Chi costruisce ama quello che ha costruito dopo che l'ha realizzato. Chi crea ama ciò che ha costruito prima di vederlo terminato". Con questa citazione di G. K. Chesterton, il Prof. Stefano Zamagni - "padre del Non Profit italiano" - concludeva la sua applauditissima relazione al Festival del Fund Raising - tenutosi a Castrocaro Terme dal 12 al 14 maggio - nel corso della quale sono state presentate le Linee guida per la raccolta dei fondi redatte dall'Agenzia per le Onlus (di cui il Prof. Zamagni è Presidente).
Lo raggiungiamo al telefono e gli chiediamo di approfondire alcuni passaggi del suo intervento.
"La cultura della donazione precede l'atto donativo. Il soggetto dona se c'è un terreno che definisce la cultura della donazione". Qual'è secondo lei il livello, lo stato dell'arte di questa cultura nel nostro Paese?
E' ancora ai primi stadi perché la cultura della donazione in Italia, negli ultimi due secoli, è stata espropriata da un interventismo di tipo statalistico. Negli ultimi anni c'è stato un cambiamento: il fatto stesso che oggi si parli di fundraising - quindici anni fa non se ne parlava affatto - è la dimostrazione della veridicità di quanto sto affermando. A partire dalla fine del '700, infatti, prende piede in Italia una mentalità di tipo dirigistico statalista secondo cui il compito di far fronte alle necessità della povera gente e ai bisogni dei ceti meno abbienti doveva essere assolto quasi esclusivamente dallo stato. L'unica realtà che, in qualche modo, ha contrastato questa mentalità è la Chiesa la quale, per ovvie ragioni, è tenuta a tener in piedi la fiammella della donazione, della carità e dell'attenzione agli altri. Ma l'esistenza di questi soggetti donatori testimoniavano il fallimento dello stato che se fosse stato capace di operare in maniera corretta nella distribuzione del reddito e della ricchezza, non ci sarebbe bisogno della donazione: ecco il motivo per cui, per ragioni ideologiche, la si è sempre contrastata. Io ho fatto, nel 1997, incominciando a lavorarci due anni prima, la legge sulle Onlus. Non racconto le difficoltà che ho incontrato che erano esattamente di questo tipo: vuoi fare una legge sulle Onlus perchè vuoi coprire l'incapacità dello stato a provvedere; se avessimo uno stato efficiente, capace di realizzare la solidarietà, non avremmo bisogno del non profit, delle fondazioni e del volontariato: a tutto provvederebbe lo stato. Negli ultimi dieci anni le stesse persone che in quegli anni mi criticavano hanno cambiato linea. Questo, però, documenta il ritardo che noi, rispetto ad altri Paesi, scontiamo.
"Il fundraiser è una figura obsoleta perchè schiacciato da due "agenti", due principali: il donatore e chi ottiene i fondi". Perché questo modello non può funzionare?
Può funzionare ma non bene perché il fundraiser, essendo agente di due principali, inevitabilmente tende con il subire o l'influenza dell'uno o dell'altro venendo a trovarsi, di conseguenza, tra l'incudine e il martello. Ho fatto l'analogia del medico che oggi è agente di due principali: da un lato il direttore generale dell'azienda ospedaliera che gli dice di non spendere più di quanto messo a budget, dall'altro il paziente che spinge a spendere per farsi fare la diagnosi più accurata e attendibile utilizzando la terapia più adeguata. Mutatis mutandis, la stessa cosa vale per il fundraiser. Ecco perché ho sostenuto l'approccio dell'etica professionale: il fundraiser deve diventare un imprenditore e non può limitarsi ad essere un mediatore che accontenta l'uno e scontenta l'altro o viceversa. La prospettiva che favorisco è che il fundraiser diventi un imprenditore: non basta dire professionista che deve saper fare il mestiere; deve avere la sua capacità d'intrapresa in modo tale da diventare il terzo vertice del triangolo magico dove troviamo il donatore, il prenditore dei fondi e il fundraiser: i tre vertici devono interagire tra di loro.
"Il fundraiser deve diventare un imprenditore civile con tre caratteristiche: il rischio (calcolato): intraprendere un'azione prima di sapere come andrà a finire. Creatività e innovazione. Ars combinatoria (doti relazionali)". Ci spieghi meglio l'accezione di civile cioè di colui capace di creare valore sociale aggiunto.
Le tre caratteristiche che abbiamo descritto caratterizzano la figura di un imprenditore. C'è anche una quarta peculiarità che ha a che vedere con il fine che l'imprenditore persegue. Se il fine dell'imprenditore è il profitto è un imprenditore di tipo capitalistico o for profit che è la stessa cosa. Se il fine dell'imprenditore, con le medesime caratteristiche, è la produzione di utilità sociale o di valore sociale quello si chiama imprenditore civile. Sono due figure dignitose e meritano entrambe rispetto ma il punto è che in Italia abbiamo solo la prima categoria: bravissimi imprenditori capitalistici ma pochissimi imprenditori civili. Ci sono degli ottimi volontari, degli ottimi esecutori di organizzazioni ma se dovessi sfidarla a dirmi il nome e cognome di un un imprenditore civile come di colui che ama il rischio, è capace d'innovare, persegue alta l'ars combinatoria e lo fa per un'utilità sociale, me ne potrà citare solo alcuni ma non più di tanti. Quello che manca in Italia è la seconda figura d'imprenditore, la prima l'abbiamo sempre avuta. Il fundraiser deve diventare un imprenditore civile.
"Tre miti da abbattere. Il sociale non conviene, non fa notizia e non ha bisogno di essere comunicato". Perché, invece, è vero il contrario?
Il sociale "paga" perché l'esperienza che oggi ci proviene dall'estero, soprattutto dagli USA, dimostra che le imprese di tipo capitalistico che s'impegnano sul sociale sono anche quelle che hanno maggior successo. Il c.d. corporate giving riguarda le donazioni che le aziende effettuano e se le fanno vuol dire che evidentemente conviene. Il sociale interessa: le indagini demoscopiche dimostrano che i cittadini preferiscono che i mezzi di comunicazione (televisione e stampa) diano più spazio alle attività del settore non profit e del sociale. Quello che è vero è che la gente non è interessata ad un "non profit" cialtrone e ad un'attività di fundraising volgare e povera di contenuti; quando la raccolta fondi è ben fatta e a regola d'arte il successo è garantito perché la gente è interessata. La virtù è più contagiosa del vizio ma ad una condizione: che venga portata a conoscenza; per potersi espandere ha bisogno che ci sia, non un informatore, ma il comunicatore. Bisogna spiegare questa differenza: "comun-icazione" vuol dire mettere in comune.
Un'ultima domanda sulla sua ultima pubblicazione che sta riscuotendo un grande successo: "Avarizia. La passione dell'avere". Come incide questo vizio capitale nell'economia di una stato?
Incide moltissimo come ho documentato nel libro. Quando in un Paese i livelli di comportamenti avari superano una certa soglia, si mette in moto un duplice effetto: 1°) le risorse che l'avaro accumula non le mette mai a frutto perché vuol possedere e quindi non fa circolare la ricchezza; e dunque è come il damim: termine ebraico che vuol dire contemporaneamente sangue e denaro (perché il denaro è come il sangue: deve circolare perché altrimenti ti fa morire). L'avaro non fa circolare la ricchezza perché ha interesse solo ad accumulare. 2°) Quando l'avarizia è troppa tende a creare la cultura della rendita perché l'avaro è uno che è anche imprenditore. Ma il vero imprenditore non può essere avaro. Chi è avaro è l'ereditiero. Oggi sappiamo che lo sviluppo dipende dall'imprenditorialità: dove c'è troppa avarizia c'è un tasso d'imprenditorialità molto basso. Ed è questo il motivo per cui in certe nostre regioni non si riesce a creare sviluppo: c'è troppa avarizia. Nessuno ha mai il coraggio di dirlo ma il nord Italia si è sviluppato in fretta perché non aveva avari. Bisogna leggere la storia degli imprenditori: persone tutt'altro che avare (ad esempio Olivetti o all'estero Ford). Dove c'è avarizia non c'è imprenditorialità.
Davide Minelli
Redazione Nonprofitonline
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